quadro di Fulvio Faioni

Eros e tanatos, amore e morte. Due concetti spesso affiancati nella letteratura e nell’arte come sinonimo di passione che porta alla distruzione e allo stesso tempo di rinascita attraverso una morte interiore. Un artista sacrifica se stesso attraverso le sue opere, muore a se stesso facendosi strumento del creare: la sua mano, il suo braccio, tutto il suo corpo nel gesto creativo diventano uno con pittura, scultura, musica, poesia, danza permettendo all’ispirazione artistica di possederlo completamente. Se questa morte di sé è possibile attraverso l’amore per la creatività allora quello che avremo è una autentica opera d’arte e non un semplice manufatto artistico. La differenza è palese: laddove l’artista è assente a se stesso, c’è solo Arte, c’è solo Bellezza Manifesta, così che l’opera stessa diventa il ponte tra visibile e invisibile, tra permanente e impermanente, tra umano e divino.

Quando quella scintilla sacra è intravista in un’opera d’arte attraverso il suo rimando al silenzio, allo spazio, allora anche coloro che sono a digiuno di qualunque competenza artistica sentiranno un senso di stupore, che è appunto, assenza di Sé. Arte dunque come meditazione. Ecco la sfida dell’artista nel voler esplorare attraverso gesti, suoni, colori e forme le colorature dell’anima, le forme invisibili dello spirito. Amore e Morte acquisiscono dunque una valenza trascendente e non più “personale”: l’amore passionale, umano, terrestre diventa un tramite per arrivare ad un Amore più ampio, senza soffitto, pavimento, mura o contorni, una finestra aperta sul mondo. Un cuore vuoto, vuoto perché spezzatosi dopo aver conosciuto l’amore terreno, si apre all’Amore Incondizionato e diventa semplicemente spazio puro, luce manifesta. Dall’amore all’Amore il passaggio è la morte dell’ego, o almeno l’aspirazione a questo salto quantico. Si muore per rinascere.

L’arte intende suggerire la possibilità, nella nostra vita quotidiana o nei suoi drammi, di cogliere una opportunità di morte e rinascita, di deposizione e resurrezione. La sfida dell’artista è di rappresentare l’ineffabile, l’irrappresentabile: quell’attimo in cui l’uomo perde nella morte la sua corporeità e si fonde con il Tutto, nel Nulla. Lì “la forma è vuoto e il vuoto è forma” recitano i sutra buddisti. Lì il Vuoto si coglie attraverso la forma dell’opera d’arte, in cui il dipinto diviene una istantanea sul presente, il momento eterno.

Shakti Caterina Maggi

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